martedì 4 marzo 2014

C'era una volta... una favola noir



La raccomandazione è uno dei mali che attanaglia la societa odierna, e sono sempre stata infastidita nel vedere ambite posizioni ricoperte dai classici “figli di”. Ma quando la prole in questione raggiunge notevoli risultati dando sfoggio delle proprie e sbalorditive capacità, allora non posso fare altro che inchinarmi. Figlia d’arte dalla brillante carriera è Sofia Coppola, regista e sceneggiatrice a cui non si puo di certo fare una colpa se il padre è il noto cineasta Francis Ford, e in tutte le sue pellicole ha sapientemente dimostrato di conoscere i segreti del mestiere, conquistando  addirittura la prestigiosa statuetta per la sceneggiatura di Lost in Translation.
Dopo un debutto alla regia con Lick the Star, nel 1999 si affida alla trama dell’omonimo romanzo di  Jeffrey Eugenides e dirige The Virgin Suicides, narrando la triste vicenda di cinque giovani e incantevoli sorelle che decidono di togliersi la vita. Il tema trattato è doloroso e crudele però viene sviluppato con una delicata dolcezza, senza mostrare visibili episodi di sofferenza ma inserendo anzi momenti di cosiddetta gioia familiare e sociale; la piccola festicciola per il ritorno di Cecilia, la serata domestica davanti allo schermo e il ballo della scuola sono tipici spezzoni di un vissuto quotidiano sinonimo di allegria e amorevolezza, ma che all’interno delle quattro mura di casa Lisbon servono solo per dimostrare l’aridita affettiva di cui le ragazze si sono invece sempre attorniate. Figlie di genitori fisicamente presenti che provvedono ad ogni minimo bisogno, l’abbondanza e la prosperità  materiali ancor più sottolineano come la tragedia sia invece in agguato, facendo da abile contrappeso alla sciagura quotidiana da cui tutti parrebbero defilarsi.
Una classificazione superficiale lo definirebbe un film sulle differenze culturali e sociali di due generazioni che si scontrano: da una parte troviamo quella dei genitori ipocriti la cui unica preoccupazione è il perbenismo di facciata, ancorati ad una mente borghese e ad un’ideologia religiosa senza spiragli di luce, e dall'altra quella dei giovani, più aperti ad abbracciare la ventata di aria fresca che stava pian piano soffiando in quegli anni. 
Per me invece no, non è questa la direzione che la Coppola ha voluto intraprendere. Lei, visionaria sognatrice figlia degli anni ’70 ha messo in piedi una vera e propria favola, dove i contorni sono sì candidi e leggeri, ma mano a mano che scruti verso l’interno ti accorgi di come la superficie risulti totalmente discordante con la sostanza. In scena troviamo una famiglia borghese americana modello, che ha l'aspetto e l'apparenza di una favola, ma la sostanza è vuota e macabra: una volta aperta la scatola il fascino della confezione svanisce.
Dietro la magia splendente del villino americano, quindi, c'è una tragedia silente, invisibile, inespressa e soffocata. Una tragedia esistenziale che non si trasforma però in un incubo, ma semplicemente lo lascia un po’ alla volta trapelare. L’incubo è difatti sempre stato presente, ma si fa più esplicito con la crescita delle sorelle e il loro ingresso nell’adolescenza, il periodo tragico e incantato per antonomasia.
Una magia che si trasforma quindi in maledizione, quella che si abbatte senza pietà sulla famiglia Lisbon. Una maledizione tanto fatata quanto incomprensibile, a cui nessuno sa dare una spiegazione, una logica, che sembra improvvisa e immotivata, e quindi perfetta per una società metodica e razionale che invece vuole avere tutto sotto controllo. Proprio quello che più di tutto teme, l'inatteso e il passionale, piomba su di lei all'improvviso in modo funesto. Ma mantenendo comunque le sembianze e la grazia di una favola, bella e fatata come il volto etereo e innocente di quelle 4 sorelle.






mercoledì 3 aprile 2013

La (ri)vincita di PSYCO


Cosa rende grande un film? Perché alcune pellicole raccolgono critiche entusiastiche ed altre invece tendono a cadere nel dimenticatoio? Quesito alquanto interessante e di difficoltosa risposta, soprattutto tenendo conto che alcuni dei titoli che hanno fatto la storia del cinema non si sono né aggiudicati premi internazionali, né hanno concorso per essi. 
Caso esemplare è Psycho di Alfred Hitchcock, nominato a ben 4 premi Oscar senza strapparne alcuno. Eppure questo film del 1960 è rimasto nell'immaginario collettivo di molti, si continua a parlarne anche a distanza di 40 anni, inaugurando quel genere cinematografico in cui hanno trovato posto i vari Halloween e Scream. Dove sta quindi il trucco? Cosa ha fatto sì che l'opera del maestro del brivido venisse annoverata negli annali dei film che hanno fatto la storia di Hollywood? Per tentare di rispondere a questa domanda bisogna forse tentare di scavare al di là della trama ben congegnata e delle riprese minuziose. Psycho è un film che fa reagire lo spettatore, che lo lascia frustrato durante tutto il corso della visione, un film che ha reinventato la grammatica del cinema per intenderci, mettendo a nudo delle tematiche che saranno più volte riprese durante i successivi decenni, e ulteriormente rafforzato da un montaggio tanto abile quanto frenetico.
Senza tralasciare l'inquietante performance di Anthony Perkins, a Hitchcock va indubbiamente il merito di aver saputo imporre un'estetica televisiva, prendendo le distanze dal mondo patinato hollywoodiano, mettendo in piedi un intreccio senza eroi, senza star, senza alcunché che rimandi al glamour, con alla base una storia sordida e trasudante realtà. Un po' come se Spielberg si cimentasse in un'opera alla Wong Kar-wai o alla Thomas Vinterberg per intenderci.
Un regista che si immerge in un progetto distante anni luce dal suo campo di competenza, che vuole a tutti i costi realizzare un film che rientra perfettamente nei canoni della TV nonostante gli anni di militanza agli studi cinematografici di Los Angeles, un regista che si propone una sfida insomma. E che la vince. Non solo perché il progetto risulta ben riuscito, ma per la consacrazione e il trionfo di cui si è tinto: gli incassi da record e l'attenzione dei media l'hanno reso il suo maggior successo commerciale. Una pellicola che sperimenta l'interattività del cinema, che fa uscire di scena la star della locandina dopo appena un terzo della visione, in un disegno che disorienta i censori: la scena è montata talmente bene -non un grido, non il benché minimo contatto tra la lama del coltello e la carne, ma solamente musica e sangue sulle mattonelle- da evocare la morte in tutta la sua natura più primordiale -l'ambientazione fredda, la vulnerabilità del nudo-, erigendosi a capolavoro della Settima Arte.
Anche qui Hitchcock riduce i suoi personaggi a meri McGuffin il cui unico scopo è portare lo spettatore verso il 130esimo minuto, senza nessuno spazio per l'identificazione e l'approfondimento, ma sono pronta a scommettere che tutti coloro che scocciati dal divieto di entrare in sala a spettacolo iniziato hanno girato i tacchi, hanno poi apprezzato la possibilità di assistere alla visione fin dal primo secondo. Peccato solo per tutti quelli che, come me, si sono dovuti accontentare di una trasmissione casalinga. Ma poco importa la grandezza dello schermo, quando è Hitchcock a metterci la firma sono davvero in pochissimi a farci caso!

domenica 27 gennaio 2013

Concepire l'inconcepibile



L'Olocausto è la macchia nera del XX secolo, è il simbolo del male fine a se stesso. Tutti noi ci siamo imbattuti in testimonianze, racconti, descrizioni ed immagini riguardanti le condizioni di vita nei campi di sterminio, ma ciò non significa che siamo stati in grado di catturarne l'essenza. Una lettura sul lavoro disumano a cui erano sottoposti i prigionieri, sullo scarso quantitativo di cibo che consumavano, sulle punizioni corporali inflitte e sulle ripercussioni psichiche che ne conseguivano non è sufficiente per capire a fondo questo mondo annientatore, e non soltanto perché non l'abbiamo vissuto: la società che ha dato vita ai Lager e ai Gulag non ci appartiene più, e proprio per questo motivo concepire un luogo il cui unico scopo è la perpetrazione del male risulta difficile.
Nel 1961 Raul Hilberg pubblica The destruction of the European Jews, in cui traccia meticolosamente la storia dei meccanismi burocratici, amministrativi e organizzativi dei campi tedeschi, senza soffermarsi né sulla sofferenza delle vittime né sulla responsabilità morale; ciò che lo storico vuole invece evidenziare è la struttura funzionalista che ha reso possibile il genocidio attuato dal nazismo, descrivendone l'apparato regolamentare. Uno studio essenziale che appare come «la prima descrizione chiara di quello spaventoso meccanismo», ma non ancora in grado di farci comprendere qualcosa di inconcepibile. Se il volume di Hilberg è importante per approfondire il funzionamento degli ingranaggi lageriani, non ci aiuta però ad afferrare la portata di un'esperienza incomunicabile il cui unico punto fisso è il male nel suo stato più puro; la Arendt è ben consapevole dell'impossibilità di sottoporre questo sterminio di massa al principio della ragione, poiché ci si può avvalere di quest'ultima solamente quando il raggio di azione è delimitato dalla normalità.
I Lager sono una realtà artificiale dove i detentori del potere si arrogano il diritto di spingersi oltre ogni limite, perché ben sanno che agli occhi esterni nessuna testimonianza viene considerata veritiera proprio per il suo andare oltre l'immaginabile, perciò continuano nella loro crudele impresa che non può vantare nessun fine utilitaristico che soddisfi una qualche logica; gli uomini normali vivono con la concezione di agire in un mondo normale dove tutti si comportano in maniera normale, e udire racconti che minano questa loro credenza li destabilizza, fino a rifiutarli o comunque a ridimensionarli. Ecco che paradossalmente i detenuti diventano esseri umani non soggetti ad alcuna regola proprio perché proprietari di una mente aperta ad ogni novità -seppur negativa-, mentre i fortunati che non hanno dovuto vivere una simile esperienza si ritrovano rinchiusi in una realtà parziale, dove il male fine a se stesso non è appunto concepibile.
Forse solo un approccio di tipo letterario può consentire di cogliere la natura dell'esperienza nei Lager. Si pensi ad esempio alla figura di Franz Woyzeck, personaggio dell'eponima tragedia di Büchner che per mantenere la famiglia fa da cavia per gli esperimenti di un sadico dottore; per tre mesi lo costringe a mangiare solo piselli e a trattenere l'urina fino a nuovo ordine, ma questa situazione lo sta lentamente portando alla pazzia, facendogli sentire voci mentre ha delle allucinazioni visive. Questo parallelismo con una tragedia teatrale può forse aiutare a capire meglio l'irrazionalità che governa i campi di sterminio: Woyzeck è trattato peggio di una bestia, e il comportamento che gli viene riservato lo trascina in stato sempre più confusionale, fino a giungere alla follia estrema. Proprio a causa del suo atteggiamento squilibrato viene deriso e allontanato da tutti, poiché anche se illustrasse i motivi che l'hanno condotto alla pazzia non verrebbe creduto; l'opinione comune è in grado di comprendere solamente ciò che rientra nella cosiddetta “normalità”, e obbligare un uomo a mangiare e urinare esclusivamente dietro opportuno comando non vi è compreso.
I mali perpetrati nei Lager e nei Gulag sono un po' come Woyzeck: vanno al di là di ogni umana comprensione proprio perché esterni alla consuetudine.

venerdì 11 gennaio 2013

Un invisibile FIL ROUGE





   Il sodalizio artistico che si venne ad instaurare tra la scrittrice di romanzi Daphne du Maurier e il regista britannico Alfred Hitchcock è durato poco meno di venticinque anni (è infatti questo l'arco di tempo che intercorre tra i film Jamaica Inn - La taverna della Giamaica, 1939 - e The Birds - Gli uccelli, 1963), ma lo spettatore quando vede la prima e l'ultima pellicola adattate da un romanzo maurieriano ha l'impressione che sia trascorso un intervallo maggiore.
Il rapporto che si istituì tra i due grandi maestri del brivido può indubbiamente essere annoverato come legame di mutua notorietà, essendo l'uno al contempo il punto di partenza e di arrivo dell'altro. Pensando a Rebecca (Rebecca la prima moglie, 1938) ci troviamo davanti ad un caso letterario di grande impatto, essendo stato scelto come il romanzo più letto nel 1938 (anno della sua pubblicazione), e il fatto stesso che Hitchcock lo scelga come soggetto del suo primo film statunitense dimostra il notevole effetto che ebbe sul pubblico. La proiezione di tale pellicola nelle sale cinematografiche due anni dopo spinse gli spettatori a trasformarsi in lettori, e gli amanti del romanzo furono incuriositi dalla recente trasposizione filmica. Differente fu la sorte di The Birds, acclamato come il più indecifrabile e spettacolare film del regista, ma tra i milioni di persone che hanno avvertito il desiderio di vederlo solamente una minima parte è in grado di ricondurre il soggetto ad un racconto della scrittrice britannica, che si avventura nell'esplorazione della dicotomia esistente tra cattività e addomesticamento.
Questo legame a doppio senso è largamente riscontrabile ancora oggi, ma bisogna tenere presente che nonostante l'apparenza ogni capolavoro a cui la du Maurier e Sir Alfred hanno sapientemente saputo dare vita è e rimane un'opera a sé, accuratamente racchiusa in un cerchio che con la giusta padronanza è però possibile schiudere, riconducendola così al pauroso mondo in cui hanno sempre abitato questi due riconosciuti talenti britannici.
Nonostante la popolarità del regista sovrasti di gran lunga quella della scrittrice, non bisogna dimenticare che la notorietà che egli riscosse fu in gran parte frutto delle trame escogitate dalla romanziera, senza la quale il misterioso rapporto tra i sessi costantemente disturbato dai fantasmi passati non avrebbe visto la luce. Tale indebita omissione è prevalentemente riconducibile alla società visiva in cui ci ritroviamo a vivere passivamente, accontentandoci troppo spesso di vedere scorrere le immagini davanti a noi, dimenticando che in genere i fotogrammi che popolano i nostri occhi nascono come opere letterarie, il cui accesso è possibile solamente se ci poniamo come parte attiva del processo.
Ecco perché ogni volta che ci ritroviamo comodamente adagiati sulle poltroncine di un cinema non dobbiamo dimenticarci che dietro alla schermo c'è un regista, e dietro il regista c'è una trama, e dietro alla trama molto spesso c'è un libro. Un libro che non è né meglio né peggio, però è pur sempre il punto di partenza, e i tre romanzi nati dalla fervida mente di questa dama dell'ordine dell'impero britannico, da cui Hitchcock trasse altrettanti indimenticabili lungometraggi, ne sono un brillante esempio.

mercoledì 23 novembre 2011

BREAKING va proprio DoWN


Ultimamente va di moda suddividere i film in 2 parti, e la saga di Twilight si adegua allegramente facendo uscire solamente le prime 350 pagine del quarto romanzo. La regia è affidata a Bill Condon, che riesce a risollevare leggermente le sorti deludenti verso cui erano precipitati il secondo e il terzo capitolo, ma ciò non significa che la soddisfazione dello spettatore sia stata raggiunta.
I 117 minuti scorrono lentissimi facendo il verso alle soap opera più noiose del palinsesto, contando su dialoghi vuoti e privi di senso -e per un film
fantasy è tutto un dire!- pronunciati da attori dalle doti interpretative semi-amatoriali. Non male per una pellicola che dovrebbe avere nella passione il suo fil rouge! La trama ruota intorno al nulla più puro, dilatandosi nei momenti morti fino a svenire e accelerando le emozionanti parti che milioni di telespettatori aspettavano fin dal primo incontro dei due amanti, riducendo ad una manciata di secondi la fatidica scena dell'accoppiamento tra Edward e Bella. Non che il film doveva trasformarsi in una pellicola a luci rosse, però l'aggiunta di qualche fotogramma non sarebbe stata sicuramente disdegnata, regalando qualche sussulto romantico alle ragazzine palpitanti incollate allo schermo.
Un piattume degno di nota insomma, che non sale in cima alla classifica solamente perché lo scalino dell'obbrobrio cinematografico è già stato toccato dagli ultimi due capitoli usciti in precedenza. L'unico picco emotivo viene raggiunto nella scena finale, tramutando il parto casalingo in una scena splatter degna dell'Esorcista: peccato che qui non trova però ragione di esistere viste le pacate atmosfere delle due ore precedenti! Una sottile vena comica fa invece capolino nel momento in cui il veleno si propaga lungo il sentiero arterioso di Bella, traghettandoci direttamente in una puntata di Esplorando il Corpo Umano: ah, l'infanzia, che bei ricordi, come evitare di sorridere? Impossibile.Chi si aspettava una degna trasposizione dei romanzi della Meyer non avrà certamente saputo nascondere la sua delusione, ma vedetela così: si tratta pur sempre di una delusione costata 170 milioni di dollari. Marketing incluso, claro.

lunedì 21 novembre 2011

la RHAPSODY del secolo è BOHEMIAN


Scritta da Freddy Mercury per l'album A Night at the Opera, è forse la canzone più famosa dei Queen. Forte del suo stile opera-rock, questa traccia riposa su una struttura alquanto inusuale per un titolo di musica rockettara: è infatti suddivisa in sei parti ben distinte, è sprovvista di ritornello e in più si avvale di arrangiamenti a cappella alternati ad arrangiamenti in puro hard rock sound.
Ma nonostante la singolarità del suo formato il 45 giri diventa immediatamente un fenomenale successo commerciale. Un brano che sfiora i 6 minuti e che secondo gli esperti del mestiere non potrà mai incontrare il favore del pubblico, ma dopotutto sbagliare è umano e i riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni sono innumerevoli.
Bohemian Rhapsody inizia con un si bemolle maggiore e subito la voce narrante si interroga sulla differenza tra "il reale" e "l'immaginario" concludendo che "nessuno può scappare dalla realtà"; l'atmosfera onirica è qui rafforzata dalle parole dello stesso Mercury, le cui corde vocali creano un seducente duetto con il pianoforte a coda appena introdotto. Dopo 2 minuti scarsi di ballata l'assolo chitarristico di Brian May traghetta l'ascoltatore verso la terza parte della canzone, quella che in maniera magistrale evoca una vera e propria opera lirica: una rapida serie di cambiamenti ritmici ed armonici che contribuiscono ad enfatizzare la discesa negli inferi a cui andrà incontro il narratore, creando un'atmosfera dai toni un po' lugubri che trova il gran finale nell'ultima nota in falsetto di Roger Taylor. Ecco che tutto è pronto per tendere l'orecchio e dal giradischi arrivano i spiazzanti 45 secondi della sezione hard rock, conclusa la quale Mercury si esibisce con una scala diatonica rabbrividente per poi tornare alle tonalità dell'introduzione, e voilà, il cerchio è chiuso.
Dei generi completamente diversi miscelati con grande maestria insomma, ma che maestria! Questa rapsodia boema è un veritabile trip musicale che racconta una storia malinconica come tante, capace di accompagnare l'ascoltatore nei meandri più reconditi di un coloratissimo mondo onirico. Quando questa canzone parte veniamo immediatamente presi per mano dalla band, che ci guida in un melodioso sogno nota dopo nota, così anche se ci dovessimo perdere beh, riusciremmo comunque a trovare la strada di casa.

mercoledì 5 ottobre 2011

Strangeways, Here We GROW UP


Un nome, una band. Un nome forse fin troppo lineare, che non racchiude la complessità della loro essenza. Ma perché ho deciso di dedicare loro uno spazio sul mio blog, nonostante in questo periodo non siano usciti alla ribalta con qualche notizia, o non decorra nessun particolare anniversario? Semplice: perché ricordo l'istante preciso in cui mi innamorai della loro musica, dov'ero e con chi, cosa stavo facendo e a cosa stavo pensando. Non sono tanti gli artisti di cui riesco ancora ed evocare le coordinate della primissima volta in cui li ho ascoltati, ma gli Smiths sono indubbiamente tra questi.
Nella mia seppur breve esistenza ho letto molti romanzi ma non sono in grado di collegare a nessun'altra lettura la folgorazione che mi ha invaso la prima volta che mi sono cimentata con le loro liriche: tutte queste allusioni ad un'adolescenza tormentata, alla tristezza che invade le menti di ragazzini speranzosi, alla negatività di una vita che mai ti ripaga, alla morte che pare attenderti a braccia aperte, a diavoli tentatori che fanno salire nelle loro auto giovinetti innocenti per trasformarli in uomini... erano riferimenti talmente sconvolgenti da risultare assurdi.
Eppure questa loro illogicità era imbarazzantemente vera, e non era necessario essere nel pieno della pubertà per comprenderla. Già perché gli Smiths, romantici sognatori tormentati equiparabili a Keats e Baudelaire, erano in grado di dar voce alle difficoltà che si incontrano in quel difficile periodo di crescita dove pare essere gli unici destinatari di un crudele destino. Ecco quindi che i testi di Morrissey ci vengono in soccorso dandoci tutte le risposte necessarie senza bisogno di chiederle, e le melanconiche melodie che ne accompagnano i testi si trasformano nella inimitabile colonna sonora dei nostri sogni infranti.
Un gruppo celebre di cui pochi hanno sentito parlare, nonostante alcuni loro brani siano conosciuti ai più, eppure quando li cito sono in molti a strabuzzare gli occhi. Formatisi a Manchester, questo quartetto manovra come nessun altro prima di lui inquietudine, energia ed eleganza, grazie all'amalgama tra un chitarrista rigoglioso di idee e un paroliere d'eccezione che ci obbliga ad abbondare con le contraddizioni qualificatrici: eccentrici esteti, esibizionisti introversi, androgini cerebrali...nulla è mai troppo quando si evoca uno dei gruppi più strabilianti dei magnifici anni '80.


martedì 13 settembre 2011

Tanto rumore per... Super 8


Durante la visione del trailer avevo già mentalmente messo in nota l'appuntamento con l'attesissimo film di J.J. Abrams, ma ahimé che delusione! Non che la pellicola non sia degna di menzione, per carità, ma se come me vi aspettavate un'arzigogolata trama alla Lost beh... diciamo che la sua mano è qui del tutto invisibile. Molto più evidente è invece lo zampino di Spielberg (e non mi riferisco solo alla moltitudine di citazioni di cui è pervaso il film!), che pur limitandosi a mero produttore riesce in un modo o nell'altro a condurlo verso una regia sognatrice ed eclettica.
Una storia che a mio avviso richiama molte fiabe anni '80 come E.T. e i Goonies, dove il fulcro di tutto sono ragazzini che si ribellano alle autorità per sconfiggere ciò che gli adulti vedono come Male ma che alla fin fine Male non è: i "grandi" infatti non riescono ad entrare nel mondo onirico dei "piccoli", e catalogano come malvagio tutto ciò a cui non riescono a dare una spiegazione logica.
Adolescenti e adulti, padri e figli, militari e scienziati. Anche una sorta di lotta generazionale dunque, oltre che una sfida verso la legge. Ma Super 8 è anche la classica storia di formazione con tanto di lieto fine il cui filo conduttore è il meta cinema, esaltato a finto protagonista fin dall'eponimo titolo, che ben sviluppa la voglia di affermarsi di questi tredicenni. Abrams non si risparmia proprio nulla e fa il verso ad uno Spielberg vecchio stampo condensando nel calderone amore, coraggio, adolescenza, extraterrestri, stelle e cinefilia.

Se mi è piaciuto? Ni. Io ho acquistato il biglietto pensando di andarmi a gustare un prodotto del 45enne newyorkese, ragion per cui ho accusato la delusione. Ma se fossi entrata nella sala (sprovvista di aria condizionata!) accingendomi a vedere una rivisitazione di E.T. non posso negare che l'obiettivo sia stato raggiunto.
Un alieno usato come puro pretesto, spesso fuori campo, per far compiere un percorso psicologico preciso ai suoi personaggi, un film vecchio stile visto in terza persona con mille rifrazioni della luce in campo e tante facce che guardano in alto verso il cielo o qualcosa di altrettanto maestoso, spaventoso ed imperscrutabile. Si insomma, un'opera di pura fantasia che si atteggia a finto remake.

giovedì 8 settembre 2011

WILD AT HEART: il road movie lynchiano


Ho già avuto l'occasione di parlare di David Lynch nel post dedicato a Twin Peaks, ma nello stesso periodo della serie il regista si cimentò anche con un film che ho consigliato ad un amico annoiato un paio di giorni fa.
Parlo di
Wild at Heart (Cuore Selvaggio), road movie capace di essere al tempo stesso una storia d'amore, un dramma psicologico e una commedia violenta: una mescolanza di ingredienti alquanto strana verrebbe da dire. Eppure se ci si sofferma a riflettere sulla catalogazione della pellicola ci si rende conto di come essa sia la narrazione di un viaggio dal percorso piuttosto strampalato, considerando il modo in cui i flashback e le storie parallele inserite nel continuum narrativo strattonano la temporalità del racconto tra passato e presente, tra il qui e l'altrove, impedendogli così di progredire verso una liberazione finale e frantumando il discorso filmico in un falso movimento lungo le grandi arterie stradali americane.
La classificazione come road movie è però secondo me solo parzialmente corretta, in quanto si tratta di un viaggio che non porta in nessun posto, e più che dall'avanzare in auto e perdersi nella vastità del continente americano (basta pensare a Thelma e Louise), il movimento viene dato dallo spostamento attraverso gli inserti filmici in soggettiva (i ricordi dei personaggi, le loro visioni...).
La combinazione aggressiva degli elementi sommata a un brusco montaggio ricorda un po' lo stile rapido e frammentario dei videoclip, e Lynch si serve proprio della colonna sonora per accentuare questa discontinuità, riportandola anche nel mix di generi musicali. Un utilizzo della musica ben orchestrato dunque, che aiuta a rendere ciò che è luminoso un po' più luminoso, e ciò che è nero un più nero, insistendo ancora maggiormente sui contrasti.
La vera sorpresa del film sta però secondo me nel finale, dove è possibile vedere la coppia che decide di restare unita e non andare invece incontro ad un destino crudele, contrariamente alle convenzioni semi-imposte dal genere; il fatto è che nessuno sembra avere un punto fermo cui fare ritorno dopo essersi smarriti, e il senso di spiazzamento dovuto alla mancanza di riferimenti spaziali pervade la pellicola nel suo intero. Ecco quindi che la conclusione trova una sua spiegazione se inserita in una
dimensione giovanile
frammentaria ed irrisolta, dove non ha importanza il luogo in cui approdare ma con CHI approdare. Una parabola di innocenza per bambini cresciuti, una storia di ingenua fiducia, una variante più misera del sogno americano: questo è a parer mio Wild at Heart, dove le questioni non chiarite possono restare insolute per l'alone fiabesco che lo pervade, perché se è vero che c'è una certa dose di paura, c'è comunque anche qualcosa di cui poter sognare.

venerdì 26 agosto 2011

HORRIBLE BOSSES

Chi non hai mai anche solo pensato di far fuori il proprio capo? Chi non ha mai covato la segreta speranza che il titolare non si presenti mai più sul posto di lavoro, lasciando così i dipendenti sguazzare in una crogiolante beatitudine? Appunto. Come ammazzare il capo... e vivere felici parte proprio da questo spunto: 3 amici trentenni si trovano a fantasticare su come potrebbe essere migliore la loro esistenza lavorativa senza il loro boss (detto tra noi il titolo originale è molto più evocativo e non lascia intendere che si tratti di una commediola-manuale su come ottimizzare la nostra realtà, ma coglie nel segno la crudeltà e l'idiozia di alcuni capi-tiranni), e con l'aiuto di un innoquo criminale mettono a punto il "geniale" piano.
Seth Gordon decide di voltare le spalle alla disoccupazione dilagante in cui lentamente stiamo naufragando, concentrandosi invece su un ambiente lavorativo florido dove l'umiliazione e lo schiavismo sono all'ordine del giorno, e a cui tutti devono sottostare per non incappare nel tanto agognato mondo dei non-stipendiati. Già il cast di sole celebrità è un forte segnale che la crisi non comparirà durante tutti i 90 minuti della visione, e per tenere alto il tasso di adrenalina e comicità all'interno di una farsa mossa unicamente da una irrefrenabile pulsione omicida, ma senza cadere in toni splatter o grotteschi, decide di seguire il fortunato esempio di
Una notte da leoni: situazioni imprevedibili, coincidenze strampalate e reazioni a catena sono infatti la ricetta del successo di alcuni recenti film dall'aria vagamente misogina ma pur sempre divertenti.
L'impetuosa verve comica del film ruota intorno alla sfavillante interazione dei 3 protagonisti, ai vivaci dialoghi di botta e risposta a cui danno vita dimostrandosi all'altezza delle star che brillano sullo sfondo, come se tutto fosse semplicemente frutto di una loro spontanea improvvisazione, come se il terzetto fosse all'attivo da anni e questa non fosse che l'ennesima prova a cui sono stati chiamati.
Al centro del film c'è quindi l'uomo medio, con i suoi sogni e le sue speranze, colmo d'illusioni circa la meritocrazia e i diritti inalienabili, ma che per un crudele scherzo del destino non trovano un riscontro, e mai lo troveranno se il capo rimane lo stesso. La convinzione che l'eliminazione del boss sia la chiave di tutto regge per l'intera proiezione del film, anche se una volta accese le luci sappiamo perfettamente che ci vuole ben altro per alleviare i nostri problemi, ma almeno per una buon'ora e mezza ci siamo abbandonati alle risate e abbiamo avuto l'opportunità di ammirare una Jennifer Aniston erotomane e sboccata, che nulla ha da invidiare a un Colin Farrel versione cocainomane-sfigato e col riporto.

venerdì 19 agosto 2011

...quel 24 marzo 1984...

Don't you (forget about me) dei Simple Minds passa alla radio e mi viene una sola voglia: riguardarmi The Breakfast Club sdraiata sul divano in totale solitudine. Molti l'hanno definito il manifesto degli anni '80, ed effettivamente è probabilmente il film che più di altri è riuscito a rappresentare efficacemente quei magici dieci anni.
Non solo per la classica storia adolescenziale (diverse pellicole avevano in precedenza trattato questo tema) ma soprattutto per il modo di enfatizzare e portare all'attenzione argomenti quali il disagio famigliare, l'alcoolismo, la violenza sui figli, la non considerazione, i problemi di socializzazione, l'eccessivo e dannoso interventismo da parte dei genitori. Prima di
questo film i ragazzi rappresentati nei "teen movie" erano sì desiderosi di avere le prime esperienze sessuali ed amorose (Tom Cruise in Risky Business, la stessa Molly Ringwald in Sixteen Candles) ma non avevano conosciuto gli stessi problemi dei ragazzi del The Breakfast Club. Si è quindi avuta una maturazione nella scelta di cosa parlare e specialmente come trattarlo.
Questo è il grande merito di John Hughes, regista del film, che con una sceneggiatura scritta in soli due giorni è riuscito a mettere a nudo le problematiche dei teenagers di trent'anni fa, da lui saggiamente catalogati come ATLETI, PRINCIPESSE, CRIMINALI, CERVELLI e SVITATE, come a voler indicare che nella vita si corre sempre il rischio di rimanere intrappolati in una determinata categoria, ma che questa non deve necessariamente rimanere la nostra a vita. Ecco quindi che a distanza di svariati lustri, un film erroneamente etichettato come commediola adolescenziale può invece rivelarsi utile per tutti quei giovani d'oggi che, al contrario di altri, non hanno avuto la fortuna di crescere in una decade che metteva le ansie giovanili al centro di una buona fetta dell'industria cinematografica.

venerdì 12 agosto 2011

MONUMENTI IN LETARGO


Ultima estate per salire in cima al monumento simbolo della Grande Mela, almeno fino al 2013. "Lady Liberty", la statua simbolo di New York e degli Stati Uniti, si rifà il trucco: infatti dal 29 ottobre (ovvero il giorno dopo il suo 125esimo compleanno) verrà chiusa al pubblico per i tanto attesi restauri che dovrebbero terminare nel giro di un anno rendendola così più bella, ma soprattutto più sicura. Già dopo gli attacchi dell'11 settembre 2000 il governo federale decise di chiudere l'accesso alla Statua della Libertà, considerando che in caso di emergenza i soccorritori non sarebbero stati in grado di intervenire adeguatamente.
Detto fatto, dopo tre anni di lavori e 6,7 milioni di dollari di investimento furono quindi riaperte al pubblico la base e la terrazza, e finalmente il 4 luglio del 2009 si aggiunse anche la corona. Ora è tempo però di completare quei lavori con altri 27,25 milioni di dollari per
ampliare finalmente i dispositivi di sicurezza anti-incendio, nonché per ammodernare gli equipaggiamenti elettrici e meccanici. "Ora è sicura, ma lo sarà molto di più quando avremo finito", ha affermato David Luchsinger, sovrintendete del monumento e di Ellis Island, citato oggi dal New York Times. Altre fonti ufficiali assicurano che l'accesso al pubblico sarà riaperto entro il 126esimo anniversario dell'inaugurazione, che avvenne il 28 ottobre del 1886.
Nel frattempo
Liberty Island
, dove sorge il monumento, continuerà ad accogliere i visitatori che vorranno vedere da vicino l'icona del sogno americano, seppur senza poterla visitare dall'interno, ma per realizzare del tutto il tanto agognato desiderio sarà sufficiente tornare tra una dozzina di mesi o poco più.

mercoledì 13 luglio 2011

L'Italia (purtroppo) non ha il vizio della memoria


Carpi, piazza Garibaldi: non si tratta certo della location più nota della città, ma ieri sera un uomo dalla personalità grintosa ed inarrendevole ne ha arricchito l'atmosfera. Sto parlando di Salvatore Borsellino, fratello del ben più noto Paolo, che da qualche anno gira l'Italia dedicandosi attivamente alla sensibilizzazione riguardo al contrasto della criminalità organizzata, del malgoverno e delle collusioni tra politica e mafia.
La sanguinosa Strage di via D'Amelio in cui oltre al giudice sono morti gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Mulli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, è stata spesso definita un attentato di stampo terroristico-mafioso, ma l'attivista ci tende a sottolineare come questa sia in realtà una strage dello Stato. Io direi quasi che il 19 luglio 1992 ha avuto luogo una carneficina dello stato contro lo Stato, e l'utilizzo o meno delle maiuscole non vuole essere casuale: il governo nulla ha fatto per impedirne l'attuazione, e ha impiegato tutte le forze in suo possesso per colpire nel cuore un gruppo di persone che dedicavano la loro vita alla rimessa in piedi di un'Italia sana e pulita.
Delle morti che hanno lasciato un segno dunque, ma che saremmo disposti ad accettare se intravedessimo un barlume di miglioramento; tutti noi però siamo coscienti che così non è stato, anzi più passa il tempo e più questo "sacrificio umano" tende a cadere nel dimenticatoio risultando quindi vano.
Forse ha ragione Colombo quando afferma che noi italiani "non abbiamo il vizio della memoria", perché stragi come queste dovrebbero arricchire il memoriale che è in ognuno di noi, un memoriale a cui dovremmo attingere giorno dopo giorno nella speranza che uno stato come quello in cui ci trasciniamo da più di vent'anni si trasformi finalmente in Stato.



giovedì 14 aprile 2011

[°REC]


Un martedì sera come tanti, ma un film in programma come pochi. Nonostante Rec sia uscito quasi 3 anni fa, soltanto ieri ho avuto occasione di guardarlo, e il mio scetticismo era già lì che fremeva pensando immediatamente a The Blair Witch Project, anch’esso caratterizzato dalle riprese finto-amatoriali delle camere casalinghe.

Ma una volta acceso il lettore dvd ho dovuto proprio ricredermi. L’horror iberico ancora una volta si rivela all’altezza del genere.

Premetto che
Rec è girato interamente in digitale, con l’uso costante della camera a mano. Questo particolare è il carattere più distintivo dell’intera pellicola, interessante non tanto per la trama quanto proprio per lo stile e la tecnica registica. L’incipit, deliberatamente fiacco e povero d’azione, funge da introduzione alla narrazione principale. Se inizialmente la mobilità e l’indecisione delle riprese possono disturbare la visione, successivamente questo carattere di amatorialità non fa che accrescere la partecipazione emotiva alle vicende riprese. In un crescendo di tensione e dubbio, il quadro di litigi condominiali si tinge di rosso, come il sangue che inizia a scorre nella cornice claustrofobica dell’abitato.
Intrappolati come topi, i personaggi, che rispecchiano velatamente le ipocrisie e i difetti umani, tentano di sopravvivere, costantemente sotto l’occhio impiet
oso della camera televisiva, avara di immagini, anche crudeli e violente, insaziabile nel suo bisogno di filmare la realtà. Da qui, parte inevitabilmente un riferimento diretto al voyerismo di televisione e cinema, implacabile nell’immortalare tutto ciò che può diventare spettacolo.
Abbondano i virtuosismi visivi della regia, che giustifica con l’artigianalità delle riprese le frequenti
inquadrature angolate, inclinate, ribassate o irrazionalmente mobili. Lo sguardo filmico è interamente soggettivo ed il montaggio è ridotto alla composizione di lunghissimi piano-sequenza. Ottimo l’uso del sonoro, volontariamente non-professionale, discontinuo, con inquadrature in cui il parlato non è corrisposto dalle immagini sullo schermo. Sono presenti anche interessanti effetti che legano il film con la tradizione dell’elaborazione video, come il bellissimo riavvolgimento della pellicola sulla scena dell’omicidio della donna anziana.
Per coloro che cercano brividi e salti sulla poltrona, Rec provvede anche da questo punto di vista. Il crescendo dell’ansia e l’ambiente ristretto portano ad un’altissima tensione, che sfocia in picchi di reale spavento, talvolta inaspettati, talvolta prevedibili, ma in entrami i casi di grande effetto. Con una non eccessiva presenza di elementi splatter, il film crea un’atmosfera decisamente disturbante, per la scarsità di informazioni, i colpi di scena, ma soprattutto per la capacità che le immagini hanno di catapultare lo spettatore nel claustrofobico mondo catturato dalla telecamera.
In meno di un’ora e mezzo, Rec infonde il germe del dubbio e quel velo di inquietudine, ultimamente non facile da provocare, che spinge a guardarsi le spalle quando siamo al buio…

lunedì 11 aprile 2011

CHI HA UCCISO LAURA PALMER?


L'8 aprile del 1990 David Lynch faceva il suo debutto in prima serata sul network americano ABC. Twin Peaks diventa subito un fenomeno popolare di tutto rispetto, e le varie citazioni apparse nei Simpson e in un episodio Disney ne sono l'esempio tangibile. La frase tormentone che più rappresentò il telefilm fu senza alcun dubbio «Chi ha ucciso Laura Palmer?», domanda chiave da cui si snodava l'intera trama e che raccolse i consensi di 22 milioni di telespettatori
nell'arco di due serie, per un totale di 20 episodi da 45 minuti l'uno.
Ma che cosa determinò un tale successo di pubblico? Difficile fornire una risposta razionale, considerando che all'oggetto della domanda l'aggettivo razionale non si attaglia per niente. Partiamo dalla trama. La serie inizia come un thriller piuttosto convenzionale: a Twin Peaks, cittadina dello Stato di Washington, sulla battigia di un fiume viene rinvenuto il corpo di Laura Palmer, la reginetta del locale liceo e c'è un agente speciale dell'Fbi che si getta anima e corpo sull'indagine. Fin qui tutto prevedibile ma… volete che David Lynch, l'autore del folle Eraiserhead, giri un thriller qualsiasi? Ecco allora che il detective (l'unico forestiero, il rappresentante del mondo "reale") si ritrova risucchiato in un'inquietante spirale di follia, tra uomini senza braccia che recitano versi oscuri, nani ballerini, misteriosi giganti e scambi di anime. Come dire: se esiste un inferno, deve somigliare molto alla piccola Twin Peaks. C'è poco da meravigliarsi, allora, se il nostro agente speciale finisce col tirare testate contro uno specchio.
Le coordinate del plot sono perfettamente lynchiane, hanno una forte componente surrealista e alternano magistralmente sequenze angosciose ed oniriche trainate da suggestive colonne sonore. Semmai ci sarebbe da chiedersi cosa ci facesse, in prima serata su un network così importante, un regista indipendente del tutto al di fuori dagli schemi. L'esperimento però ha il merito di funzionare in termini commerciali, che è poi l'unico aspetto che stava a cuore a chi ci aveva scommesso su fior di quattrini. All'epoca nessuno vide la cosa in questi termini, eppure Twin Peaks aprì di fatto le porte ai serial televisivi di grande qualità. Per dirne una: senza Laura Palmer non avremmo avuto i naufraghi di Lost.
Altra domanda lecita è che cosa il pubblico medio di mezzo mondo ci abbia potuto capire da una trama così contorta. Di sicuro ci fu chi cominciò a guardare questo telefilm credendolo un thriller come tanti e lo abbandonò per strada appena perse il bandolo della matassa. Qualche altro continuò a guardarlo, pur non capendoci granché, per vedere come sisarebbe conclusa l'intera vicenda. Qualche altro ancora, come Homer Simpson nella puntata del cartoon che rende omaggio al serial, guardò con espressione interdetta il cavallo bianco danzare su due zampe e poi gridò: «Wow! Mitico!». Ma è così che si fanno le grandi produzioni televisive.