
Dopo un debutto
alla regia con Lick the Star, nel
1999 si affida alla trama dell’omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides e dirige The Virgin Suicides, narrando la triste
vicenda di cinque giovani e incantevoli sorelle che decidono di togliersi la
vita. Il tema trattato è doloroso e crudele però viene sviluppato con una
delicata dolcezza, senza mostrare visibili episodi di sofferenza ma inserendo
anzi momenti di cosiddetta gioia familiare e sociale; la piccola festicciola
per il ritorno di Cecilia, la serata domestica davanti allo schermo e il ballo
della scuola sono tipici spezzoni di un vissuto quotidiano sinonimo di allegria
e amorevolezza, ma che all’interno delle quattro mura di casa Lisbon servono
solo per dimostrare l’aridita affettiva di cui le ragazze si sono invece sempre
attorniate. Figlie di
genitori fisicamente presenti che provvedono ad ogni minimo bisogno,
l’abbondanza e la prosperità materiali ancor
più sottolineano come la tragedia sia invece in agguato, facendo da abile contrappeso
alla sciagura quotidiana da cui tutti parrebbero defilarsi.
Una classificazione
superficiale lo definirebbe un film sulle differenze culturali e sociali di due
generazioni che si scontrano: da una parte troviamo quella dei genitori ipocriti la cui unica
preoccupazione è il perbenismo di facciata, ancorati ad una mente borghese e
ad un’ideologia religiosa senza spiragli di luce, e dall'altra quella dei giovani, più
aperti ad abbracciare la ventata di aria fresca che stava pian piano
soffiando in quegli anni.
Per me invece no,
non è questa la direzione che la Coppola ha voluto intraprendere. Lei,
visionaria sognatrice figlia degli anni ’70 ha messo in piedi una vera
e propria favola, dove i contorni sono sì candidi e leggeri, ma mano a mano che
scruti verso l’interno ti accorgi di come la superficie risulti totalmente
discordante con la sostanza. In scena troviamo una famiglia borghese americana
modello, che ha l'aspetto e l'apparenza di una favola, ma la sostanza è vuota
e macabra: una volta aperta la scatola il fascino della confezione svanisce.
Dietro la magia
splendente del villino americano, quindi, c'è una tragedia silente, invisibile,
inespressa e soffocata. Una tragedia esistenziale che non si trasforma però in
un incubo, ma semplicemente lo lascia un po’ alla volta trapelare. L’incubo è
difatti sempre stato presente, ma si fa più esplicito con la crescita delle
sorelle e il loro ingresso nell’adolescenza, il periodo tragico e incantato per antonomasia.
Una magia che si
trasforma quindi in maledizione, quella che si abbatte senza pietà sulla
famiglia Lisbon. Una maledizione tanto fatata quanto incomprensibile, a cui
nessuno sa dare una spiegazione, una logica, che sembra improvvisa e
immotivata, e quindi perfetta per una società metodica e razionale che invece
vuole avere tutto sotto controllo. Proprio quello che più di tutto teme,
l'inatteso e il passionale, piomba su di lei all'improvviso in modo funesto. Ma
mantenendo comunque le sembianze e la grazia di una favola, bella e fatata come il volto etereo e
innocente di quelle 4 sorelle.
l'hai spiegato molto bene, anche io ho provato le stesse sensazioni
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